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Rosa Sorrentino
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Giappone: curare tutto senza prendersi sul serio

La prima cosa che ho comprato in Giappone è stato un dolcetto con la crema, preso in un konbini appena arrivata, e non me l’ha incartato nessuno perché era già confezionato così: carta stampata bene, l’apertura nel punto giusto, il tipo di confezione che da noi si usa per un regalo e che lì tiene insieme una merendina qualunque. Ero atterrata da poche ore e stavo già guardando l’involucro invece di mangiare quello che c’era dentro.

Sono stata in Giappone a novembre dell’anno scorso, tra Tokyo, Kyoto, Osaka e poi i posti più piccoli, Kanazawa, Takayama, Shirakawa-go, e non ho intenzione di scrivere l’ennesimo elenco di cose da vedere perché si trova ovunque e lo trovate scritto meglio. Mi interessa di più raccontare le poche cose che mi sono rimaste addosso e che continuo a usare adesso, ogni volta che apro un progetto.

Le insegne

Tokyo di sera è una cosa che le fotografie non spiegano, perché il punto non è quanta luce c’è ma come riescono a tenerla in piedi: le insegne non stanno appese qua e là, salgono in verticale lungo tutta la facciata, una sotto l’altra, dal marciapiede fino ai piani alti, e stanno accese tutte insieme senza che nessuna alzi la voce sulle altre. Dovrebbe uscirne un pasticcio illeggibile e invece le leggi una per una, perché ognuna si prende il suo pezzo di muro e si ferma esattamente dove finisce. Poi scendi in metropolitana, dove il rumore te lo aspetteresti davvero, e non parla nessuno.

Quello che non mi aspettavo per niente è l’ironia con cui comunicano: la pubblicità fa battute, si prende in giro, non recita la parte seria che daresti per scontata in un paese che tutti descrivono come rigidissimo. La stessa cosa la ritrovi addosso alle persone, un uomo in giacca con la ventiquattrore in mano e attaccato alla maniglia un portachiavi dei Pokémon o un Labubu, oppure nelle sale giochi piene di adulti che giocano davvero e non per farsi la fotografia. È lì che ho capito che fare le cose bene e prendersi sul serio non sono la stessa cosa, e che si può curare ogni dettaglio senza mettere su una faccia solenne.

Il percorso

Kyoto funziona al contrario e te ne accorgi appena entri in un giardino o in un tempio, perché non giri come ti pare: c’è una strada sola, decisa prima da qualcun altro, che ti fa vedere le cose in un ordine preciso e ti porta a fermarti nel punto in cui volevano che ti fermassi. Non è una cosa che noti subito, la noti quando ti accorgi che ti sei fermata di nuovo, e che ti ci hanno portata.

Le foglie a novembre erano rosse e gialle, e fanno l’effetto che fanno per un motivo abbastanza semplice: tutto quello che hanno intorno è spento, legno scuro, pietra grigia, verde cupo. Nessun colore è acceso di suo, lo diventa per quello che gli mettono accanto.

I posti piccoli

Nei paesini il ritmo si abbassa e cambia anche quello che guardi, perché a Kanazawa, Takayama e Shirakawa-go c’è meno luce, meno rumore e la stessa identica cura di Tokyo messa però su oggetti che non la chiederebbero, cose di tutti i giorni fatte come si deve anche nelle parti che nessuno andrà mai a controllare. Da quel momento in poi ho cominciato a girare gli oggetti per guardarli dietro, il bordo, la cucitura, la parte che si vede solo se ti abbassi.

Quello che mi è rimasto, da allora

Sono tornata con due cose. La prima è l’ordine: prima di sistemare una pagina mi chiedo cosa deve vedere per primo chi arriva e cosa deve vedere dopo, che poi è la stessa domanda del giardino di Kyoto, solo con meno ghiaia. La seconda è la cura sulle parti che non si vedono, il margine storto che nota una persona su cento e il testo di un pulsante che nessuno leggerà mai per intero, cose che da sole non spostano niente ma che messe insieme fanno la differenza tra una cosa finita e una cosa fatta bene.

Quel dolcetto l’ho mangiato in due minuti. La carta ce l’ho ancora in testa.

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